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Lettera aperta ai fasanesi e alle organizzazioni di Fasano
LA SETTIMANA DEL DIALOGO ISLAMO-CRISTIANO
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Gerge Bush e
Osama Bin Laden "insieme" |
Chissà se un giorno qualcuno riuscirà
a spiegare il cronometrico tempismo con cui Osama Bin Laden
ha saputo tirare la volata decisiva alla rielezione
di George W. Bush a presidente degli Stati Uniti
d’America. Il nucleo della campagna elettorale di Bush, come
si sa, era stato incentrato sul problema della sicurezza del popolo
americano, e il tempestivo intervento di Osama, coi suoi proclami
catastrofici, a una manciata di ore dal voto, somigliava tremendamente
al lavoro che, nel ciclismo, gli umili gregari svolgono in vista
del traguardo, affinché il proprio capitano sia messo nelle
condizioni ideali per guadagnare la vittoria. Uno dei capisaldi
su cui Bush ha costruito il suo successo è stata la paura.
Quella paura in cui rifugiare le ansie indotte, quella paura che
si è attaccata sulla pelle degli Americani, e che, da qualche
tempo, si sta tentando di estendere a tutto il cosiddetto mondo
Occidentale. La paura è il brodo ideale in cui coltivare
la diffidenza, alimentare l’ignoranza, alzare gli steccati
intorno alle menti e ai cuori, e dentro a quegli steccati darsi
un’illusoria sicurezza di superiorità.
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Ora, per avere seriamente
paura, bisogna che ci sia qualcuno o qualcosa che faccia paura.
E se questo qualcosa o qualcuno non esiste, lo si può sempre
scovare da qualche parte nel grande magazzino del nostro pianeta,
o lo si può inventare, creare dal nulla, in forma di materiali
pericolosissimi o di inafferrabili e terrificanti personaggi, che
diventano miti nella spaventata psicologia collettiva. E’
così, e nessuno lo può negare, che fu inventato
il mito delle armi di distruzione di massa, un’inequivocabile
bugia che doveva per l’appunto ingenerare paura, condurre
la società ad arricciarsi su se stessa e a tirare fuori gli
aculei. Sull’antrace dell’altro ieri, sul mullah Omar
con un occhio solo, cattivo e pericoloso come Polifemo, e su Osama
Bin Laden, lascio a ciascuno, e soprattutto al tempo, il giudizio.
Di fatto, l’attenzione alla cultura orientale,
islamica e araba in genere, è esplosa proprio in conseguenza
delle catastrofi belliche che hanno colpito l’Afghanistan
e l’Iraq, all’indomani dell’attentato
alle Torri Gemelle. E’ stata così innescata l’idea
che sia in atto uno scontro fra cultura occidentale e cultura musulmana
anziché, come sempre, un regolamento di conti fra blocchi
di interessi finanziari e politici. A ben guardare, questo risveglio
è stato attivato soprattutto dalla necessità, per
un Occidente in profondissima crisi di prospettive, di individuare
un nemico: la diversità irriducibile su cui rovesciare l’isterismo
cieco di un sistema ormai rassegnato alla perdita di senso, nel
quale la volgarità dei bisogni più rozzi ha ormai
quasi completamente sradicato il desiderio di una spiritualità
che non sia finzione decorativa o apparato di sostegno al potere.
Ma esiste un antidoto, per superare i terrori che ci vogliono inoculare,
per comprendere i meccanismi che ci vengono prefabbricati attorno.
E’ un anti-virus potentissimo, capace di annullare i blocchi
a cui ci costringe la paura, che consistono nello sprezzo dell’
“altro”, nella chiusura in noi stessi e nello stagnare
dell’oscurantismo: tutti elementi che lievitano giornalmente,
spesso senza che nemmeno ce ne rendiamo conto. Questo anti-virus
speciale, che è in grado di renderci un po’ più
consapevoli e dunque più liberi, risiede nella ragione e
nella conoscenza. E allora, piuttosto che abbandonarci a pedagogie
ireniche, andiamo subito al Corano: nel Corano
si dice che “La ricerca della conoscenza è obbligatoria
per ciascun musulmano, uomo o donna che sia”. Mentre in un
suo famoso detto, lo stesso Maometto ammoniva a
“Cercare la scienza, fosse pure in Cina”. Naturalmente,
la conoscenza può essere cercata in varie maniere. E può
anche essere negata da informazioni distorte o da mancanza di informazioni.
Ecco perché è importante ricercare la verità
andando al di là di quanto ci viene imbandito quotidianamente.
Pensiamo un po’ ai libri di testo scolastici, su cui si formano
generazioni di uomini: fino a pochi anni fa, e in molti manuali
ancora oggi, la Storia del Mezzogiorno medievale
contava quanto il due di briscola. Ai rapporti prolungati e profondi
fra l’Islam e il Meridione, si faceva e si fa a malapena qualche
timido accenno. Impera un euro-centrismo scolastico che tratta l’Islam
siciliano (quasi due secoli e mezzo di storia, mica uno scherzo)
al massimo in mezza paginetta. Senza spiegare che la Sicilia visse
due distinte presenze islamiche: sunnita la prima, sciita la seconda.
Il che indurrebbe di per sé a chiedersi come e perché
esistano in seno all’Islam la corrente dei Sunniti e la corrente
degli Sciiti. Non so quanti fra coloro che sono qui presenti ne
abbiano mai sentito parlare a scuola. Eppure la Sicilia venne trasformata
in un Paradiso terrestre dalle sopraffine tecniche agricole introdotte
dal mondo islamico, secondo quanto ci riferiscono non solo gli scrittori
medievali, ma anche lo stesso dialetto siciliano, che conserva la
matrice araba in gran parte dei termini usati dai contadini. Le
colture dei meravigliosi agrumi di Sicilia risalgono proprio alla
presenza arabo-islamica. Senza parlare della poesia araba nella
letteratura: prima ancora di Maometto, gli Arabi avevano sviluppato
forme metriche e poetiche di incredibile bellezza. E la scuola poetica
duecentesca della Sicilia, che tanto influenzerà la letteratura
italiana, si formerà, in età normanno-sveva, in un
contesto dove la cultura araba era ancora vivace.
E allora, per capire un po’ di più ciò
che accade intorno, soprattutto quando intorno è tutto confuso
da bugie e mistificazioni, val la pena tenere a mente un concetto
di Moni Ovadia, artista, scrittore e attore ebreo,
che dice: “Se non sai dove stai andando, girati per vedere
da dove vieni”. Non è il semplice e semplicistico guardare
indietro alla storia come magistra vitae. Altrimenti, se l’approccio
è acritico, si rischierebbe anche di dire che l’Italia
è stata una grande potenza musulmana, allorché in
età fascista il colonialismo italiano comprendeva Somalia
e Libia, che erano nazioni musulmane al 100%, insieme a un’Albania
musulmana al 70%, a un’Eritrea musulmana al 50% e a un’Etiopia
musulmana al 40%: era l’epoca in cui Mussolini si faceva ritrarre
impugnando la “spada dell’Islam”, e in Italia
(anche questo viene spesso ignorato nei libri di storia) veniva
istituita nel 1937 l’Associazione musulmana del Littorio,
per garantire i servizi religiosi essenziali ai musulmani dell’impero
presenti nella penisola, curando l’applicazione del diritto
coranico. Si capisce come dietro simili iniziative, di apparente
integrazione religiosa, vi fossero motivazioni esclusivamente strumentali,
sicché si agevolava l’Islam nello stesso momento in
cui si inasprivano le persecuzioni contro gli Ebrei.
Dunque è importante guardarsi indietro, e
cercare la conoscenza con la ragione: vuol dire interagire con la
storia, per attivare un meccanismo di riconoscimento identitario
grazie al quale possono essere risolte molte paure. Ed è
allora che la chiusura si trasforma in apertura, dando vita al dialogo.
Quel dialogo che è possibile realizzare adoperando la ragione,
una ragione che riconosca le specificità delle diverse culture.
Lo chiarisce anche Umberto Eco quando dice che:
“La comprensione tra culture non avviene quando si trovano
le identità, ma proprio quando si accettano le differenze.
E qualsiasi impero governi oggi o nei prossimi secoli, potrà
farlo solo se riuscirà a portare alla luce e a rispettare
queste differenze”. Ritengo che la nostra settimana di dialogo
islamo-cristiano potrà essere fruttifera proprio perché
ci darà l’opportunità di conoscerci meglio,
di ragionare e superare le paure che ci vengono propinate. E’
l’occasione per celebrare la specificità di culture
diverse, ma non per questo nemiche, contro l’omogeneizzazione
e l’omologazione. Senza, peraltro, che ciò impedisca
le feconde e umanissime contaminazioni fra culture e società.
E’ in una simile consapevolezza che può
essere rafforzato il ponte fra l’Islam e l’Europa, fra
l’Islam e l’Italia, fra l’Islam e la Puglia. E
la Terra di Brindisi, in questa prospettiva, non
può che rivestire un ruolo fondamentale. Da sempre, la Terra
di Brindisi è un ponte con il Levante, la Porta fra
Oriente e Occidente. I porti del Brindisino sono stati
il riparo più accogliente per i vascelli che andavano o venivano
dal Mediterraneo orientale. Lo sapevano i Micenei, che da Creta,
Cipro e Rodi vi attraccavano per scambiare merci coi villaggi indigeni
nell’Età del Bronzo. E lo apprezzava ancora la bella
società ottocentesca, durante l’epopea della Valigia
delle Indie, il naviglio che via Brindisi connetteva Londra con
Bombay. Per Brindisi e la Puglia il mare è stato ed è
un continente liquido, che qui, più che altrove, non separa,
ma unisce, come ricordava Fernand Braudel. Anche a livello squisitamente
religioso, sin da età pre-romana e romana colonie di ebrei,
di siriani e di asiatici in genere introdussero forme devozionali
mutuate da aree solo apparentemente lontane. Famiglie che possedevano
un proprio patrimonio di religiosità e credenze, legato alle
divinità dei Paesi d’origine, si portarono appresso
gli dèi della Frigia, della Siria, dell’Egeo e dell’Egitto,
Cibele e Attis, Iside e Osiride, Arpocrate, la dea Syria e i Cabiri
di Samotracia. Basta entrare nel bellissimo Museo archeologico provinciale
di Brindisi per trovare le statue, le epigrafi, i segni di una diffusa
devozione per queste divinità importate dall’Oriente,
accompagnata da rituali che talora si tramandano nelle usanze popolari
e nello stesso Cristianesimo, fra Madonne nere che discendono dalle
figure isiache, e consuetudini devozionali che pescano nel repertorio
pagano-orientale più arcaico. Con simili premesse, c’è
da chiedersi (provocatoriamente?) perché nella costituzione
europea non si sia pensato di inserire il riferimento alle “radici
pagane” dell’Europa: se il cosiddetto mondo
occidentale si è prodotto nel crogiuolo culturale
dell’antichità classica, le radici religiose affonderebbero
in Giove e Giunone, in Mercurio e Nettuno e tutto il politeismo
annesso. Non certo in quel Cristianesimo che, peraltro, al pari
degli altri culti pagani, giunse anch’esso dall’Oriente.
La Terra di Brindisi, come un po’
tutta la Puglia, è dunque un luogo privilegiato
per l’incontro di genti e religioni. L’Islam ha avuto
qui dei momenti di intenso radicamento. Nell’838 Brindisi
divenne musulmana. Dall’840 all’880 Taranto
fu sede emirale. E Bari, fra l’847 e l’871, ebbe un
emirato ufficialmente riconosciuto dal califfo di Baghdad. E a proposito
dell’emirato barese: secondo una tradizione locale, fu proprio
in quel frangente che vennero traslate le ossa di S. Sabino (l’altro
protettore cittadino, insieme a S. Nicola) da Canosa a Bari. Tutt’altro
che integralismo religioso, quindi. E fu allora che il terzo degli
emiri baresi, Sawdàn, pianse il giorno in cui vide il dotto
ebreo Abu Aaron, che per circa sei mesi gli era stato prezioso consigliere,
lasciare la sua corte per tornare in Oriente. E sempre a quel periodo,
allorché erano più agevoli i rapporti con le sponde
islamizzate del Mediterraneo orientale, diversi studiosi hanno addebitato
l’origine delle fortune commerciali del porto di Bari: un
ruolo che, evidentemente, si è perpetuato sino ad oggi. E
non si può ignorare che, durante l’emirato, a Bari
non un tumulto, non una rivolta, non una protesta si levò
da parte della popolazione locale.
Il fatto è che nel Medioevo un governo di matrice islamica
poteva essere più conveniente per tutti, anche per coloro
di religione diversa: il Corano infatti stabilisce che ebrei e cristiani,
detti la “Gente del Libro” perché si rifacevano
ad altri Testi riconosciuti come sacri dall’Islam, quali la
Torah e il Vangelo, erano sì sottoposti a una tassa di religione,
se si vuole discriminante. Ma rientravano in tal modo nella fascia
dei cosiddetti dhimmi, i protetti, che, pagando la tassa, avevano
il diritto di venerare il proprio Dio, di leggere i propri testi
sacri, di svolgere le proprie liturgie e amministrare le proprie
comunità. E non si può dimenticare come nel Brindisino,
a Oria principalmente, ma anche nello stesso capoluogo, fiorirono
delle comunità ebraiche di grande importanza, foriere di
uno sviluppo culturale ed economico di notevole ampiezza: sempre
l’emiro di Bari Sawdàn, che nel IX secolo dominava
tutta la Puglia, ne rispettò non a caso la cultura e le tradizioni,
cosciente di trovarsi di fronte a una forma di civiltà evoluta
e capace di offrire un contributo alla costruzione di una casa comune.
La Terra di Brindisi, la Puglia e il Mezzogiorno d’Italia
erano insomma un melting pot in ebollizione. Un melting
pot cui contribuirà profondamente la cultura islamica.
Quella civiltà che, anche con i Normanni, ebbe una notevole
capacità e possibilità d’espressione.
E’ così che l’Islam, senza che
ce ne rendiamo conto, fa parte di noi pugliesi. Ricorre nei cognomi
(uno per tutti: il diffuso Morabito, da al-murabitun) o nel dialetto
(in barese, il denaro viene ancora detto tarnìse, da tarì,
la moneta araba fresca di conio). Per non dire delle testimonianze
artistiche: basti pensare ai capitelli con grifoni di modello
islamico nella cripta della cattedrale di Otranto, al portale della
chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo a Lecce, al portale della
cattedrale di Bitonto, alle decorazioni del duomo di Matera. A Canosa,
poi, il mausoleo di Boemondo possiede iscrizioni in lingua araba
sui medaglioni della porta di bronzo. E nel duomo canosino, la cattedra
del vescovo Ursone richiama nella decorazione la tipica scultura
islamica in bronzo.
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Chiesa
S.Maria del Casale
a Brindisi |
A Bari, motivi cufici ornano il mosaico pavimentale
nell’abside della basilica romanica di S. Nicola. E l’archivolto
del portale del duomo di Trani trabocca di motivi di derivazione
orientale e, ancora, di caratteri cufici.
In Terra di Brindisi, se si osserva la chiesa brindisina
di S. Maria del Casale, non si potrà non riconoscere
come il protiro aggettante e le decorazioni bicrome richiamino soluzioni
islamiche, muqarnas, sporgenze arabeggianti dei piani superiori
su quelli inferiori. E ancora, l’influenza della cultura islamica
si concreta nell’assetto urbanistico di parecchie località,
nei borghi antichi che sanno di Oriente mediterraneo, coi loro vicoli
e le loro stradine, con un’influenza tanto più forte
quanto più minuscoli e meno rimaneggiati appaiano i centri
storici. E’ quanto si rileva per Ostuni, Martina Franca, Gallipoli,
Grottaglie o Bitonto, insieme ai casi più eclatanti di Taranto,
Bari o Matera. |
Ma la Terra di Brindisi
è anche luogo di Federico II, personalità complessa
e controversa del Medioevo, artefice della cosiddetta “Crociata
diplomatica” del 1229, allorché venne insignito del
titolo di re di Gerusalemme senza spargimento di sangue, mediante
accordi diplomatici con il sultano al-Malik al-Kamil. Alla corte
dell’imperatore svevo si radunarono gli intellettuali cultori
di scienza e tecnica araba, che erano in grado di trasmettere il
portato degli studi più aggiornati di alchimia e medicina,
filosofia e matematica, astrologia e astronomia: i più scientificamente
progrediti, nel Duecento. Certo, Federico II si rese anche protagonista
di un’atroce repressione di alcuni nuclei islamici di Sicilia:
dal 1222, condusse in prima persona una pulizia etnica che si risolse
in un bagno di sangue, con l’evacuazione di donne e bambini,
e la distruzione di moltissimi paesi. I sopravvissuti vennero deportati
dalla Sicilia in Puglia, soprattutto a Lucera, civitas sarracenorum,
dove al tempo di Manfredi è ricordata l’esistenza di
una “Casa della scienza”, in cui si coltivavano le dottrine
speculative, sulla falsariga degli istituti scientifici di Baghdad
e del Cairo.
Furono gli Angioini a infliggere il colpo mortale alle presenze
islamiche in Puglia. Nell’anno del primo giubileo della cristianità,
indetto da papa Bonifacio VIII, una mini-crociata
pugliese si compì il 15 di agosto del 1300 da Barletta a
Lucera, con lo sterminio e la riduzione in schiavitù di quasi
tutti i Saraceni, che vennero avviati ai mercati schiavistici di
Terra di Bari, Lucania e Napoli. Solo in pochi si salvarono, in
specie fra i maggiorenti e relativa servitù, disposti a convertirsi
al Cristianesimo pur di non diventare schiavi.
In seguito, col sacco di Otranto
del 1480 e le scorrerie piratesche del Cinque, del Sei e del Settecento,
la Puglia conobbe l’Islam ottomano. Che era un Islam differente
da quello dei secoli precedenti, che era stato piuttosto un Islam
impastato di Arabia, di Maghreb, di Medio Oriente o di Andalusia.
Sì, perché non si può pensare che l’Islam
rimanga tale e quale ovunque attecchisca e in qualsiasi contesto
etno-geografico. L’Islam ottomano era un Islam turco, intrecciato
a un popolo ex-nomade, che proveniva dalle steppe centro-asiatiche.
Poco a che vedere con l’Islam maghrebino, a sua volta mescolato
con le tradizioni berbere del Nord-Africa. O con l’Islam andaluso,
che si diffuse grazie a un califfato, quello omàyyade di
Cordova, che era in perenne attrito con il califfato abbasside di
Baghdad e con quello fatimide del Cairo. Mentre l’Islam dell’Arabia
vera e propria ha sempre orogliosamente rivendicato una primogenitura
religiosa. Va da sé che ciascuno di questi Islam interpretava
e interpreta il Messaggio del Profeta Maometto come più fa
comodo ai detentori del potere politico ed economico. Per cui jihad
può essere di volta in volta sia lo “sforzo sulla via
di Dio contro il male che è in noi”, sia la “guerra
santa” tout court, benché nel Corano si parli, semplicemente,
di “combattimento sulla via di Dio”.
Che cosa trarne? Beh, innanzitutto
si capisce che non esisteva e non esiste un unico Islam, così
come non esiste un unico Cristianesimo: al Cristianesimo si ispirano
i cattolici, gli ortodossi greco-orientali, i protestanti, i testimoni
di Geova, le chiese evangeliche, le Acli e il Ku Klux Klan: tutti
sono cristiani.
Allo stesso modo esistono nel mondo musulmano sunniti, sciiti, sufi
e infinite altre derivazioni. Solo le principali scuole teologiche
islamiche sono attualmente una settantina, spesso mortalmente nemiche
fra loro. E invece, che tutti gli islamici siano fatti della stessa
pasta sembra scontato per le nostre tv, per molti opinionisti, per
alcuni prelati, per un gran pezzo del governo e per la maggioranza
dell’opinione pubblica. Al contrario, in Italia c’è
un Islam che è quanto mai sfaccettato, e di cui le varie
sigle associative non sono che una parziale espressione. Voglio
concludere con alcuni dati, che possono servire a qualcuno che ancora
non si fida: i musulmani praticanti in Italia, che cioè frequentano
la preghiera del venerdì, sono appena il 5-10%, su un totale
di poco meno di un milione di islamici. Fra 50 e 100mila persone:
sarebbe questo lo spettro tanto paventato da Oriana Fallaci per
l’Occidente? La stragrande maggioranza svolge dunque una pratica
religiosa distratta. Come accade per i cattolici italiani, d’altronde,
che solo nel 10-20% dei casi vanno regolarmente in chiesa alla domenica.
C’è da chiedersi come mai. Se, in effetti, il rapporto
con il divino stia divenendo più intimo e personale, e poco
mediato dalle strutture organizzate di una chiesa e d’una
moschea. In questo caso, la trasversalità e l’interazione
religiosa che animano questa nostra settimana di dialogo possono
davvero costituire una nuova via verso la costruzione di un mondo
migliore, privo di quelle sovrastrutture che, per il fatto stesso
di costituire un organismo pianificato, limitano talora l’interazione
fra l’Islam e il Cristianesimo: che sono religioni con lo
stesso Dio, con la stessa Madonna, con gli stessi angeli e con profeti
in comune, e che quindi non possono che dirsi, inequivocabilmente,
inevitabilmente, checché se ne pensi, e con buona pace di
tutti, religioni sorelle. |
PROFILO BIOGRAFICO DI VITO BIANCHI
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| Vito Bianchi è professore
a contratto di archeologia all’Università degli Studi
di Bari. Con la De Agostini-Rizzoli ha firmato le monografie “Il
castello. Un’invenzione del Medioevo”, Milano 2001,
e “L’Islam in Italia”, Milano 2002. Di recente
ha pubblicato il volume “Sud e Islam. Una storia reciproca”,
Lecce 2003. Collabora dal 1999 con la rivista “Medioevo”
e con “Archeo”. Dal 1990 è iscritto all’Ordine
nazionale dei Giornalisti. E’ componente del direttivo del
sito storiamedievale.net,
afferente alla cattedra di Storia medievale dell’ateneo
barese. Dopo la laurea in lettere antiche ha conseguito
la Specializzazione triennale in Archeologia, il Perfezionamento
in Storia del Mezzogiorno medievale e il Dottorato di ricerca in
Documentazione, catalogazione, analisi e riuso del beni culturali.
All’attività archeologica di scavo, ricerca e catalogazione
unisce una produzione scientifica e divulgativa che comprende più
di 160 titoli, riguardanti sia l’antichità che il Medioevo.
I suoi studi sono stati frequentemente indirizzati verso l’interpretazione
delle dinamiche storiche e antropologiche legate alle religioni
orientali d’età antica e medievale.
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