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NON È UN REFERENDUM COME GLI ALTRI
Il 25 e 26 giugno il popolo italiano sarà chiamato alle urne
per lo svolgimento del Referendum costituzionale. In ogni società,
la scelta sulla Costituzione è una scelta politica suprema
nella quale si mette in gioco il destino e l’identità
stessa di un popolo organizzato in comunità politica. Il
referendum che si svolgerà nel giugno del 2006 è un
referendum istituzionale, paragonabile soltanto a quello del 2 giugno
1946 nel quale il popolo fu chiamato a scegliere fra Monarchia e
Repubblica. La controriforma della Costituzione, approvata dalla
maggioranza di centro-destra nel novembre del 2005, non riscrive
soltanto l’intera II parte, ma pregiudica l’impianto
della Costituzione italiana nel suo complesso. La “devolution”
è soltanto un aspetto. La riforma cambia completamente la
forma di governo e mette in discussione anche i diritti fondamentali
dei cittadini.
LA DEVOLUTION
Si
ridefiniscono i poteri delle Regioni, pregiudicando i diritti sociali
più importanti per ciascuno di noi (il diritto alla salute
ed il diritto all’istruzione) e mettendo a repentaglio l’unità
sociale e politica del Paese. Attribuire alle Regioni la competenza
legislativa esclusiva in materia di assistenza ed organizzazione
sanitaria e istruzione significa, rispettivamente, demolire il Servizio
Sanitario Nazionale e far perdere il carattere universale dell’istruzione.
Tutto dipenderà concretamente dalla capacità finanziaria
di ciascuna Regione. Significa che avremo venti Servizi Sanitari
e differenti modelli di organizzazione scolastica. Ciò comporterà
una violazione del principio di uguaglianza e a farne le spese saranno
soprattutto i cittadini del Sud. Il diritto alla salute verrà
fortemente messo in discussione e quindi di conseguenza avremo ospedali
più scadenti, liste di attesa sempre più lunghe, oneri
e costi delle cure sempre più alti. Il diritto all’istruzione
verrà stravolto, tutto sarà gestito sulla base di
valutazione ed esigenze localistiche, con differenti standard qualitativi,
differenti regole di accesso e di fruizione delle prestazioni erogate.
Come se non bastasse la “devolution” attribuisce alla
Regioni la competenza esclusiva in materia di polizia amministrativa
regionale e locale. Questo significa non solo competenza a regolare
le funzioni amministrative di polizia, ma soprattutto la competenza
ad istituire dei nuovi “corpi armati”, ed a disciplinarne
l’armamento e le funzioni. L’istituzione di corpi armati
regionali comporterà degli ulteriori costi che graveranno
su ogni cittadino italiano.
UNA FORMA DI GOVERNO CONTRO LA DEMOCRAZIA
La
forma di Governo è il cuore di ogni ordinamento democratico.
La riforma costituzionale imposta dal Centro-destra opera un vero
e proprio trapianto di cuore, sostituendo la forma di governo della
Costituzione del 1948, basata sulla centralità del Parlamento
e sull’equilibrio dei poteri, con una altra forma, inusitata,
costruita sulla prevalenza del Premier sul Governo e sulle Assemblee
Parlamentari. Una forma di governo che non esiste in nessun altro
ordinamento di democrazia occidentale, ma che il nostro Paese ha
già conosciuto nell’epoca fascista.
In questo nuovo ordinamento vengono concentrati nella mani del Capo
del Governo tutti i poteri sottratti al Parlamento, al Presidente
della Repubblica ed allo stesso Governo.
Il Primo Ministro nello specifico avrebbe il potere di nomina e
revoca dei ministri, di sciogliere la Camera dei Deputati, di togliere
la competenza legislativa al Senato Federale e trasferirla alla
Camera dei Deputati, qualora il Senato dovesse bocciare leggi che
gli stanno particolarmente a cuore. Il Presidente della Repubblica
perderebbe il potere di scelta del Primo Ministro, non potrebbe
più impedire al Governo e al Premier di presentare disegni
di legge o decreti incostituzionali e infine perderebbe qualsiasi
potere di risoluzione delle crisi politiche.
Il Parlamento (Camera dei Deputati) viene trasformato in un organo
esecutivo degli ordini del Primo Ministro assunti in forma di legge.
I Parlamentari sarebbero divisi in due corpi separati, tanto che
ai deputati dell’opposizione verrebbe impedito di esercitare
il diritto di voto rispetto alla scelte fondamentali di indirizzo
politico.
Per effetto di queste modifiche, il volto della democrazia italiana
sarebbe profondamente sfigurato.
Il ricorso alle elezioni non servirà più al popolo
italiano per eleggere i propri rappresentanti, ma sarà soltanto
funzionale ad investire un Capo politico, il quale avrebbe poteri
pressoché assoluti.
E’ vero che viene ridotto il numero dei deputati (che nel
2016 passerà da 630 a 518), ma – una volta che i parlamentari
non possono più esercitare liberamente la loro funzione di
rappresentanti del popolo italiano (cioè di rappresentare
i bisogni, gli interessi e le aspirazioni degli elettori), il loro
numero è fin troppo elevato.
Con questa nuova forma di Governo vengono demolite tutte le garanzie
apprestate dalla Costituzione italiana per evitare ogni forma di
dittatura della maggioranza. Persino la Corte Costituzionale, che
rappresenta l’ultima garanzia contro il pericolo di abusi
della maggioranza a danno dei diritti dei cittadini italiani, viene
manipolata. Modificando la sua composizione (con l’aumento
della componente di derivazione politico-parlamentare), la Corte
viene politicizzata ed attratta, nel lungo periodo, nell’orbita
dell’influenza del Primo Ministro.
Con questa riforma il nostro paese esce fuori dal sentiero della
democrazia e viene nuovamente spinto nell’avventura –
che abbiamo già percorso nel nostro passato - di un ordinamento
fondato sulla “dittatura elettiva” del Primo Ministro.
UN NUOVO ORDINAMENTO CHE TRAVOLGE I DIRITTI
FONDAMENTALI DEI CITTADINI.
I
promotori della riforma della Costituzione ci hanno assicurato che
le nuove regole costituzionali non avrebbero modificato la I Parte
della Costituzione, cioè che non avrebbero pregiudicato i
diritti e le libertà che la Costituzione italiana garantisce
a tutti i cittadini.
Questo non è assolutamente vero!
I diritti e le libertà non esistono in natura: possono essere
attuati, riconosciuti, garantiti e sviluppati soltanto attraverso
il funzionamento delle istituzioni e dei pubblici poteri. Per esistere,
pertanto, hanno bisogno di un ordinamento democratico, di un assetto
dei pubblici poteri che, attraverso meccanismi istituzionali adeguati,
dia concretezza, protezione e tutela ai diritti ed alle libertà.
Attraverso la modifica della forma di Governo risultano pregiudicati
ed indeboliti sia i diritti a contenuto sociale, sia i diritti a
contenuto eminentemente politico, vale a dire i diritti di libertà.
I diritti sociali, come per esempio la dignità del lavoro,
ed i diritti di libertà nel contesto di un ordinamento si
sviluppano e si attuano attraverso la legislazione ordinaria. Anche
beni pubblici fondamentali per il popolo italiano, come il ripudio
della guerra (affermato dall’art. 11 della Costituzione),
trovano la loro garanzia nei meccanismi della democrazia.
I diritti e le libertà solennemente sanciti dalla prima parte
della Costituzione, hanno ricevuto solidità grazie agli istituti
attraverso i quali è stata organizzata la rappresentanza
e sono stati divisi i poteri. Spogliati di tali istituti i diritti
e le libertà appassiscono, cessano di essere garantiti a
tutti e perdono il vincolo dell’inviolabilità.
La riforma costituzionale voluta dalla destra ci spoglia del patrimonio
di diritti e di libertà e ci sottrae quel patrimonio di beni
pubblici repubblicani che i costituenti ci hanno lasciato in eredità
a garanzia della libertà, della dignità, della felicità
e della vita stessa di ciascuno di noi e delle future generazioni.
Il Referendum è l’ultima occasione per salvare i beni
pubblici e le libertà che i costituenti hanno prescritto
per il popolo italiano, facendo tesoro delle esperienze di lotta
contro il nazifascismo. La scelta che siamo chiamati a compiere
è cruciale per il destino del nostro Paese. Oggi, come allora,
è necessario ritrovare lo stesso spirito, la stessa coscienza
di un dovere civile da adempiere: sconfiggere il progetto di demolizione
della Costituzione, votando NO al referendum per ricostruire il
primato della convivenza civile orientata al perseguimento del bene
comune.
Fonte: www.rifondazione.it
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