«Faccio appello alle coscienze più
avvertite del mondo cattolico, perché disubbidiscano all’invito
astensionista delle alte gerarchie ecclesiastiche e il 12 giugno
vadano a votare al referendum contro la legge 40. Lo dico non certo
per "laicismo": all’opposto, nulla è così
lontano da me come dividere il mondo tra credenti e non credenti.
Ma per votare Sì ai quattro quesiti proposti dal referendum
non è richiesta alcuna abiura della propria fede o delle
proprie convinzioni morali: è invece essenziale il recupero
di quella attitudine al dialogo che è stata al centro della
stagione conciliare».
Fausto Bertinotti si "tuffa" così nella campagna
referendaria, nel giorno in cui essa comincia ufficialmente: con
un approccio politicamente molto determinato, e al tempo stesso
molto attento ad evitare semplificazioni di sorta. Dobbiamo sconfiggere,
dice il segretario di Rifondazione comunista, una legge «rudemente
offensiva», oscurantista, incentrata sul «sospetto nei
confronti delle donne: ed entriamo nel vivo di questa battaglia
avendo accumulato un grande ritardo. Il nostro vero avversario è
il silenzio: è il rischio concreto che il Paese non venga
davvero informato sulla effettiva sostanza del referendum. «Qui
a Strasburgo» dice il segretario (in questi giorni in sessione
del Parlamento europeo) «sembra proprio di essere in un altro
mondo: dovunque si discute del referendum, ormai prossimo, sulla
costituzione europea. Non c’è Tv, o quotidiano, che
non dedichi ogni giorno a questo tema un grande spazio. Invece,
in Italia....»
Invece in Italia la grande maggioranza dell’elettorato
non sa ancora su che cosa si voterà il 12 di giugno. Allo
stesso tempo, però, sta avvenendo una cosa quasi bizzarra:
crescono nel centrodestra i sostenitori del Sì. Ieri c’è
stato il pronunciamento di Fini, cioè nientemeno che del
vicepremier. E non sono più in molti a difendere la legge
40. Viene da chiedersi: ma allora chi l’ha voluta e votata
questa legge?
Guarda, che è successo anche in Sicilia, dove ci sarà
un referendum per abrogare una nuova legge elettorale voluta dalla
maggioranza di centrodestra: giorni fa, il presidente della Regione
ha annunciato che potrebbe votare Sì all’abrogazione.
Ci si può scherzare sopra, perfino, su queste incredibili
oscillazioni del ceto politico di governo: che spesso sembra ormai
«fare senza sapere». Con in più, una presunzione
d’impunità. Questa irresponsabilità, nel senso
letterale del termine, la dice lunga non solo sulle divisioni e
sullo sbandamento attuale del centrodestra, ma sul logoramento a
cui è arrivata democrazia rappresentativa. Le Camere, i luoghi
della rappresentanza, stanno diventando così opachi, che
al loro interno si può decidere qualsiasi cosa - salvo dietrofront
che spesso diventano rapidissimi, o impensabili. Accade così
sulla legge 40: è così poco difendibile che non la
difendono più neppure coloro che l’hanno votata. Non
appena si attiva un processo democratico, una discussione di massa
come quella potenzialmente evocata dal referendum, non appena, insomma,
viene al pettine il nodo del rapporto tra istituzioni e paese reale,
questa irresponsabilità prende il sopravvento.
Il referendum, dunque, non solo come strumento ad hoc,
ma come attivazione democratica. E’ per questo che siamo stati
tra i promotori, e i firmatari attivi, di questa campagna contro
la legge 40?
Sì, certo. Siamo tra coloro che hanno ritenuto necessaria
una replica concreta ad una scelta politicamente e culturalmente
regressiva, come quella rappresentata dalla legge 40. Sarebbe stato
meglio un quesito referendario che la abrogava in toto (infatti
abbiamo sostenuto a suo tempo la proposta radicale), in ogni caso
l’insieme dei quesiti su cui siamo chiamati a pronunciarci
configura una sostanza abrogativa. Di fronte a noi, dunque, c’è
un una battaglia molto importante, che va perfino al di là
della legge: direi proprio una battaglia di civiltà. Ma dobbiamo
recuperare il grande ritardo accumulato sui due fronti principali.
Quali?
Quello dell’informazione, prima di tutto. Bisogna che le persone
siano informate, e siano informate correttamente. E bisogna evitare,
assolutamente, il rischio di un conflitto ideologico tra credenti
e non credenti, tra laici e cattolici: non è questo (in realtà
non è mai questo) il terreno reale dello scontro. E poi c’è
la vera e propria iniziativa referendaria: dove la contesa, alla
fine, verterà quasi interamente sul raggiungimento del quorum.
I difensori della legge, come è noto, non hanno scelto il
No: si trincerano dietro l’invito alla diserzione. E qui mi
appare sconcertante l’atteggiamento della Chiesa cattolica...
Perché sconcertante?
Vorrei cercar di spiegare bene la mia opinione. Io sono uno che,
notoriamente, nutre grande rispetto per la Chiesa e per il mondo
cattolico. Ovviamente, non pretendo in alcun modo, da parte della
Chiesa stessa, che si "converta" ad una visione diversa,
diciamo così più laica, di questi problemi. Mi spingo
oltre: in una società dove il capitalismo fa strame di tutto,
mercifica tutto, diffonde un disprezzo crescente della vita attraverso
guerre, clonazioni, brevetti, comprendo bene il senso di una riflessione,
e anche di una discussione di fondo sulla vita - il suo valore e
perfino il suo senso. Sono disponibile a misurarmi, senza pregiudizi,
anche con la questione - difficilissima - degli embrioni, del quando
e dove comincia un processo vitale. Ma è proprio per queste
ragioni non banali, proprio per l’importanza di una sfera
di riflessione che abbatte ogni frontiera ideologica (compresa quella
tra chi crede e chi non crede), che sono rimasto sconcertato dalle
scelte della Chiesa. La quale è stata indotta da queste preoccupazioni
a due conclusioni inaccettabili.
In particolare, pensi all’invito astensionista su
questo referendum già espresso dal cardinale Ruini?
Anche. Ma, ancor prima, c’è la tentazione politica
della Chiesa: il ritorno ad uno Stato confessionale - o a uno Stato
etico, che è anche peggio. Cioè alla pretesa che le
leggi siano ispirate dai principi morali della religione cattolica
- di una sola morale e di una sola religione. Non è una novità,
certo - fu così anche ai tempi del divorzio e dell’aborto.
Ma allora non si arrivò al punto di invitare alla diserzione
dal voto: una scelta che, per un verso, esprime un disprezzo profondo
della consultazione elettorale, dell’atto stesso del voto;
e che per l’altro verso è un’opzione mimetica,
camuffata, intrisa di furbizia. Dove a finire la necessità
- per ogni cattolico - di testimoniare, di esser-ci, di scegliere?
E dove va a a finire la propensione al dialogo, che è stata
al centro del Concilio?
Stai dicendo che, in realtà, si può tranquillamente
andare a votare, e votare Sì, essendo e sentendosi cattolici?
Sì, credo che a questo referendum si possa votare Sì
a partire dalle più diverse Weltanschauung, visioni del mondo
e della vita. In questo senso, faccio appello alle coscienze più
avvertite del mondo cattolico perché disubbidiscano, e il
12 giugno vadano a votare - anche e soprattutto in nome della tradizione
di dialogo di cui sono portatori. Per votare Sì, non è
richiesta nè alcuna abiura di fede nè alcuna particolare
convinzione morale. Insomma: tra me e un cattolico c’è
sicuramente un’idea diversa dell’origine della vita.
Ma che c’entra, questo, con una legge che prescrive una pratica
pericolosa, tale quasi unanimemente considerata, per la salute della
donna? Che vieta la diagnosi prenatale? Che sembra mossa da una
vera volontà di accanimento contro le donne?
I difensori della legge 40 propongono, di continuo, il
tema dei «diritti dell’embrione», al quale noi
opponiamo quelli alla «libera scelta» delle donne -
e degli individui. Tu che ne pensi?
Penso che questi siano temi di straordinaria complessità
e, dal punto di vista della riflessione culturale e filosofica,
sono alieno da ogni semplificazione. Perfino sulla «libera
scelta» ho alcune perplessità: preferisco parlare di
«scelta responsabile» come diritto inalienabile di ogni
donna, e non vorrei regalare al liberismo, in nessun caso, la cultura
della vita.... Ma questi sono, dicevo, problemi grandi e difficili.
sui quali non a caso si dibatte da secoli. Ben altro è la
pretesa di trarre dalle proprie dottrine, o convinzioni etiche,
una conseguenza legislativa, un determinato ordinamento giuridico.
Qui l’equivalenza di diritti tra il concepito e la madre -
la persona adulta - non è sostenibile. Qui, all’opposto,
c’è una asimmetria evidente, assunta come tale perfino
dal senso comune e registrata da leggi come la 194: tra un ovulo
fecondato e una persona, tra una vita potenziale e una vita effettiva
non può essere istituita alcuna concreta "eguaglianza".
Quando lo si fa, come nella legge 40, si vuol punire in realtà
la donna, assunta come un soggetto per natura "sospetto",
da punire, da far soffrire - da condannare.
In conclusione?
In conclusione: si tratta di abrogare una legge profondamente iniqua
e dannosa. E di produrre al suo posto una buona legge: ovvero una
normativa che offre un’opportunità, e non impone alcun
comportamento a nessuno. Una legge che sani la discriminazione sociale
oggi vigente nei fatti: chi ha la possibilità economica di
consentirsi fuori d’Italia la fecondazione eterologa, può
farlo. E’ una delle tante perversità, non l’ultima,
della legge 40. |