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Regionali 2005 - Conferenza programmatica del centrosinistra

 

ELEZIONI PER LE REGIONALI APRILE 2005

INTERVENTO DI NICHI VENDOLA
ALLA CONFERENZA PROGRAMMATICA
DEL CENTROSINISTRA PUGLIESE

BARI, SABATO 19 FEBBRAIO 2005

2500 persone presenti, più di 100 interventi prenotati, è in questi numeri la forza della conferenza programmatica del centrosinistra pugliese. Per questo vogliamo riportare di seguito l'intervento del nostro candidato presidente.

Una premessa

Avremmo voluto essere a Roma, con gli amici e i compagni de “Il Manifesto”. A dire che anche noi ci sentiamo prigionieri. A dire, con parole semplici, che la pace è prigioniera. A dire, cara Giuliana, che ti aspettiamo, perché ci manca la tua dolcezza e la tua passione.


Siamo qui, ad aprire un percorso di confronto aperto e vivo con tutta la società pugliese, un confronto che nella mia relazione avrà una sua prima sintesi ma che è deliberatamente desideroso di nuovi contributi, di arricchimenti, di proposte. Il programma può essere semplicemente un catalogo di schede. Noi lo intendiamo come un corpo vivo, come la prefigurazione di un metodo di governo fondato sull’ascolto reciproco e sul valore che ciascuna specialità culturale può offrire alla composizione di un campo grande della politica di alternativa. Devo ringraziare tutti quelli che mi stanno aiutando, a cominciare da chi ha il compito di coordinare il cantiere aperto del programma, e cioè il nostro amico Francesco Boccia. Devo ringraziare i partiti, i consiglieri regionali, gli intellettuali, i comitati, le associazioni, tutti coloro che stanno animando con generosità un grande processo collettivo. Devo ringraziare voi, voi tutti qua dentro, che non siete la virtualità di un sondaggio forse pilotato dalla paura. Voi siete il mio sondaggio vivente e mi date la gioia di vivere con agio questa sfida difficile.

C’è una Puglia migliore

C’è una Puglia senza racconto, smarrita di fronte alle sfide difficili di un mondo nuovo e complesso, incurvata sotto il peso di una crisi che supera il valico delle congiunture e pare delineare una organica fase di stagnazione e di declino. Questa è una Puglia abbandonata alle proprie inquietudini, sollecitata nei propri rancori e nelle proprie fobie, sospinta verso la deriva della chiusura localistica. E’ una Puglia drammaticamente impoverita in tutte le sue periferie sociali ed urbane, come di tanto in tanto ci racconta la livida cronaca della vita agra e della morte assurda nelle viscere foggiane di Borgo Croci o nel satellite barese di Enziteto. Ma la sua costante e inesorabile spoliazione travalica i confini della povertà classica e trascina ormai segmenti consistenti di ceto medio nel cono d’ombra dell’insicurezza sociale e della paura del futuro. Certo, si tratta di un fenomeno spalmato sull’intero mappamondo del ciclo liberista, ma in Italia e nel Mezzogiorno lo schianto tendenziale del ceto medio rappresenta un trauma immenso nello spirito pubblico: perché attraverso la strutturazione e l’allargamento dei corpi intermedi le classi dirigenti del dopoguerra avevano allargato le basi produttive della democrazia italiana, e perché quel ceto medio – nel decoro del suo stile di vita innervato nell’ideologia della moderazione, del risparmio e del piccolo investimento – aveva sempre potuto trovare riparo nei tornanti più tempestosi delle cicliche crisi economiche. Ora il ceto medio precipita non solo in una importante riduzione di reddito ma in una ben peggiore contrazione del proprio capitale di fiducia. Ma persino nei punti alti della società, persino nel cuore del sistema d’impresa, si avverte una sintomatologia da pre-infarto. E l’avvitamento di ciascun comparto economico nelle spire di una crisi specifica diventa comunque sintomo di una crisi globale. Insomma, anche i capitani d’industria e gli imprenditori sono soggetti smarriti, si sentono come un testo senza contesto, come la tessera preziosa di un mosaico che non c’è, come una ricchezza che non decolla, come un’energia che non si cumula ma si disperde. Questa è una Puglia in piena crisi di entropia. La destra rinuncia a leggere il senso e le ragioni di uno smarrimento che concerne l’economia ma anche la coesione sociale. La destra regionale si offre come coalizione che mette in equilibrio interessi congelati e corporativi, copre con i trionfi della propaganda un triste navigare a vista, un vivere alla giornata, una indolenza culturale che ci trascina verso la rapida perdita di peso specifico: in un contesto internazionale in cui la Puglia potrebbe viceversa coltivare ambizioni piuttosto che esorcizzare spiriti maligni.

Ma c’è anche un’altra Puglia. Una Puglia vitale e generosa, laboriosa e un po’ ribelle, che è stanca di essere ammutolita e umiliata da quel suo dominus arrogante e refrattario all’ascolto. Nonostante tutto e tutti, questa Puglia ha continuato ad intrecciare storie ricche di ingegno e umanità, ha lavorato sodo per inventare saperi produttivi o proteggere codici della memoria, ha speso ogni fatica sul registro dell’innovazione e del futuro. Ha resistito, non si è piegata, spesso ha riacceso il fuoco attorno a cui fare comunità per intrecciare le voci delle generazioni e delle persone: quelle voci sperse e inascoltate che si sono annodate in una grande narrazione corale, in una nuova idea di passione civica e di cittadinanza, in una inedita rappresentazione del Sud come spazio di libertà e di solidarietà. Questa Puglia migliore è stata soffocata da chi ha governato con lo stile del comando, del centralismo burocratico e autoritario, dell’esodo sistematico dai luoghi della democrazia partecipata. Questa Puglia migliore chiede oggi di essere liberata dalle sue paure e dagli inganni che la manipolano e che la incupiscono. Chiede di essere incoraggiata a rialzarsi in piedi, a stare con senso di responsabilità in questo snodo cruciale del mondo: a cavallo tra Oriente e Occidente, con l’Europa intera sulle proprie spalle e con il corpo bagnato dai pensieri liquidi e fluenti di un grande mare che è una grande civiltà. Ecco il nostro programma e il nostro sogno: una grande Puglia che diventa il cuore intelligente e pulsante del Mediterraneo.

Ovviamente la Puglia ha bisogno di sconfiggere innanzitutto quei suoi nemici interni, quelli che ne turbano il respiro civile e il senso di sicurezza.

La nostra regione è stata teatro, nell’ultimo quarantennio, di tentativi di colonizzazione criminale da parte delle mafie tradizionali, specie della camorra e della ‘ndrangheta, ed ha potuto osservare la dinamica dei gruppi criminali locali che costituivano, per reazione, mafie indigene per lo più a carattere provinciale, come la Sacra corona unita, o micro-territoriali. La mafia pugliese, nonostante taluni suoi spettacolari tentativi di sfondamento nell’economia e nella politica, non è riuscita a vincere la partita fondamentale: quella che le avrebbe consentito di abitare stabilmente nelle forme dello sviluppo, di plasmare l’immaginario, di infiltrare o di surrogare la statualità. Questa debolezza strategica della mafia pugliese, dovuta alla sua assenza di radici robuste e alla sua incapacità di unificarsi in una struttura regionale, ha reso sempre decisivo il ruolo dei pubblici poteri nelle politiche di intelligenza del fenomeno e di contrasto. Qui, voglio dire, una forte volontà soggettiva poteva e può fare molto per liberare i nostri territori da quei fenomeni che feriscono la nostra civile convivenza: quei fenomeni che, viceversa, il governo regionale ha finto di non vedere o che credeva non chiamassero in causa la sua responsabilità. Le vecchie faide garganiche trasmutate in narcotraffico e scese nella valle dei più moderni appalti, la mattanza di ragazzini a Bari, la crisi verticale dell’industria contrabbandiera, la commistione tra mafiosità e nuovo gangsterismo urbano, la formazione di inediti racket nelle poco custodite campagne pugliesi. Su tutto questo è calato, in questi anni talvolta persino insanguinati, il silenzio di una classe dirigente che abdicava al compito di dire, spiegare, indicare obiettivi di legalità. Ma la legalità non è stato proprio il vanto di quel gruppo di potere interrogato non di rado dalla cronaca nera, quella delle inchieste sul malaffare che hanno visto sotto indagine penale un terzo della giunta regionale uscente. Eppure la criminalità e l’illegalità rappresentano un costo drammatico per la nostra economia, oltre che per la nostra quotidianità civile. In troppi angoli delle nostre città si convive con la paura e con la sfiducia nelle istituzioni. Servono più risorse umane e più mezzi, sia negli apparati giudiziari che lamentano una sorta di sabotaggio dall’alto del loro lavoro cruciale, sia negli apparati repressivi che vanno organizzati sotto il segno intelligente del coordinamento. Ma serve soprattutto una grande assunzione di responsabilità nel rimettere al centro la cultura delle regole che deve scandire la vita della pubblica amministrazione ed il corretto rapporto tra politica ed economia. Serve anche la fantasia di oltrepassare moduli di sicurezza obsoleti e del tutto insufficienti e di prevedere innovazioni radicali: per esempio, per garantire maggiore sicurezza nelle campagne, si potrebbero unificare e qualificare gli attuali consorzi di guardiania in una moderna polizia rurale. Ma, sopra ogni cosa, serve un investimento organico sulla prevenzione, sulla bonifica dei territori attraversati dalle sub-culture mafiose, sul recupero dei minori a rischio, sulla diffusione di anticorpi sociali che tolgano ossigeno ai mercati criminali. E servono interventi mirati anche su chi inciampa nel recinto penitenziario, affinché alla pena della pena non si aggiunga l’ergastolo dell’indifferenza pubblica e della disperazione privata: il reinserimento di chi ha sbagliato è un precetto costituzionale, ma oggi il carcere è tornato ad essere una discarica sociale ed una fabbrica di devianza. Noi, nei limiti delle competenze regionali, intendiamo rompere le sbarre dell’indifferenza. La legalità è un ciclo complesso che chiede razionalità e programmazione degli interventi.

Per queste ragioni proponiamo, all’inizio della prossima legislatura regionale, la stipula di un Patto per la sicurezza e la legalità, che coinvolga il sistema d’impresa, il sindacato, la scuola, gli operatori di giustizia, le forze di polizia, l’associazionismo.

Ben oltre la propaganda cattiva della destra xenofoba e liberista, sicurezza è anche e soprattutto garantire l’esercizio pieno dei diritti individuali e collettivi, sicurezza è fondare la cittadinanza sull’allargamento della partecipazione democratica. Qui dobbiamo innovare la cultura generale dello sviluppo, misurarla e arricchirla di nuovi parametri. Lo sviluppo deve diventare sempre più, lo dico con una metafora, un “cantiere di qualità”: che difenda e riqualifichi le conquiste dello Stato Sociale, che faccia dell’ambiente la sua risorsa speciale e non il suo impaccio, che sappia investire sulla diffusione dei saperi e delle culture, che valorizzi quelle risorse umane che non possono essere le scarne cifre di un prezziario, che sappia mettere in equilibrio i diritti sociali con la libertà di ciascuno e di ciascuna. Libertà di scegliere la propria vita, la propria fede, la propria ideologia, il proprio orientamento sessuale. Libertà di scegliere e opportunità di crescere, nella cooperazione e nella solidarietà: così si intessono tele di inedite economie e ricchezza di relazioni umane.

E’ di questo che ci hanno parlato, con il loro protagonismo nuovo, colorato e nonviolento, le giovani generazioni pugliesi: quelle che hanno dispiegato le bandiere arcobaleno, che hanno chiesto e sognato una Puglia di pace, e che ci hanno raccontano la fatica della precarietà nel labirinto formativo della ministra Moratti o nella giungla dei contratti a tempo: una generazione con poco lavoro e con un lavoro strozzato dalla sua costante intermittenza, ragazzi e ragazze condannati alla dimensione dell’ansia cronica di non farcela, di non afferrare nulla o di perdere ciò che si è appena afferrato. Noi intendiamo non solo interloquire positivamente, ma intendiamo puntare sulla risorsa chiave che è questa nuova generazione, con il suo talento e la sua energia.

Naturalmente si tratta di andare controcorrente. Il quadro del governo nazionale è, nel profilo di società che propone, drammatico ed inquietante. Spaccare il cuore della istruzione pubblica, fare regredire il lavoro al rango di merce grezza, chiudere i migranti nella tenaglia dello sfruttamento neo-servile o della criminalizzazione: qui c’è la filigrana di una società della paura, che o ti mercifica o ti reprime. Il quadro del governo regionale è simmetrico a quello generale. L’effetto è che è tornata a crescere la disoccupazione, che per la prima volta da molti decenni supera la media della disoccupazione del Mezzogiorno d’Italia. E’ cresciuta la disoccupazione giovanile, è cresciuto l’indice del lavoro nero, è cresciuta la povertà, si è sgretolata la protezione sociale delle fasce più deboli, si è reso più fragile l’esercizio del diritto alla salute. Il compito del centro-sinistra è invertire questa tendenza, anche se sarà difficilissimo: questo significa rimettere al centro l’obiettivo di una piena e buona occupazione, indicando processi di riunificazione del mondo del lavoro, e offrendo le direttrici di un nuovo patto tra impresa, lavoro e cultura che consenta alla Puglia di uscire dalla palude della stagnazione economica e civile. Proponiamo un impegno sistematico sul fronte della precarietà: concentrando gli incentivi a sostegno dell’occupazione su forme di lavoro stabile, su contratti che non siano il cappio al collo dei lavoretti mensili o settimanali, cercando di stabilizzare i lavoratori atipici. E proponiamo di misurare, in termini qualitativi e quantitativi, le ricadute occupazionali degli investimenti pubblici, a partire dai POR. Bisogna aiutare le imprese ad uscire dal sommerso e occorre combattere la piaga del lavoro nero anche scegliendo la strada della contrattazione preventiva tra centrali appaltanti, imprese e sindacati. Ma urge mettere in campo una terapia d’urto contro la povertà: non solo aumentando la spesa sociale in direzione dei redditi più bassi, ma soprattutto qualificandola: non si può colmare il buco finanziario di una regione tagliando i diritti dei più deboli, tagliando casa, scuola, trasporti, sanità. Si pensi che la Puglia è all’ultimo posto in Italia per stanziamenti di risorse sui servizi sociali: 15 milioni di euro l’anno, spesi dentro un bilancio che non viene discusso da nessun tavolo concertativo. Qui la povertà, che è aumentata a dismisura, non chiede retorica ma chiede politica, non ama quei cattivi filantropi che si propongono come “impresa compassionevole” ma ama capire come e quando uscirà dal gelo e dal buio. E per uscire dal gelo e dal buio servono percorsi di inclusione sociale, a cominciare da quel decisivo reddito di cittadinanza che può aiutare a strutturare un argine contro i precipizi senza riparo del dolore sociale. Serve la costituzione di una rete regionale di sportelli per i cittadini, per informarli dei propri diritti e delle opportunità di accesso ai servizi. Serve incentivare le imprese che offrano occupazione a chi è impegnato nei percorsi dell’inclusione. Serve il sostegno ai Comuni nella realizzazione di infrastrutture sociali diffuse, nella progettazione di veri e propri piani regolatori sociali che sappiano misurarsi con il disagio e sappiano vedere, prima dei problemi, i volti delle persone: minori “a perdere”, tossicodipendenti, disabili psichici, migranti, diversamente abili, il variegato mondo della nostra privata pietà e pubblica empietà. L’empietà del liberismo che taglia le protezioni sociali considerandole sprechi, la pietà di una povertà culturale che ha paura di capire, di conoscere, di lasciarsi educare alla scuola della “convivialità delle differenze”. Non proponiamo una moderna pietà del pubblico, ma l’uguaglianza dei diritti e la promozione della dignità e della diversa abilità di ciascuno. E intendiamo dunque difendere le famiglie reali, non quelle immaginarie della propaganda della destra, che patiscono e molto della loro rapida spoliazione di reddito e di diritti. Sono sfiancate dal liberismo, dal berlusconismo, dal senso di solitudine che accompagna le loro vite. Noi daremo coraggio alle famiglie pugliesi, daremo calore e servizi ai nostri anziani, cercheremo di investire sui nostri figli, combatteremo la paura. Difenderemo le famiglie come luoghi decisivi e preziosi della nostra vita sociale, come spazi dell’amore, della mutua assistenza e della cura delle persone. Contrastando quella intollerabile regressione culturale che vuole le famiglie come recinto in cui imprigionare la libertà femminile, il luogo della specializzazione domestica ed ancillare di quella “metà del cielo” che viceversa ci chiede di ridisegnare tutto: la politica, il potere, le forme di una democrazia che è stata monca, mutilata della voce delle donne. Una voce fastidiosa anche per chi ha scritto il nuovo Statuto della nostra Regione, una voce che la destra vorrebbe ridurre a rumore di fondo, a brusio. Tocca a noi avere più coraggio, perché non c’è cambiamento effettivo se non si rompe la monotonia di un potere quasi esclusivamente “al maschile”. E dunque lavoreremo per dare spazi, diritti e beni pubblici alle famiglie. Tuteleremo i diritti di tutti, i diritti dei bambini nati fuori dal matrimonio, i diritti dei “single”. Obbediremo alla legge fondamentale che ci suggerisce la modernità e che ci indica il cuore: rispettare la dignità di ogni persona. L’intolleranza, i pregiudizi, la paura delle diversità, l’omofobia: questi semi cattivi non germoglieranno nella Puglia che costruiremo insieme.

E dunque è necessario ripensare alla sfera pubblica, a come valorizzare e qualificare i servizi pubblici, in un rapporto corretto e trasparente con il privato. Senza una forte cultura del pubblico anche il privato diventa fonte di sprechi e di inefficienza. Troviamo scandalosa la scomparsa, dal dibattito politico e culturale, di qualunque traccia sul destino di una delle più importanti infrastrutture pubbliche del mondo: quell’acquedotto pugliese, che non è stato avviato a privatizzazione ma a “segretazione”. Noi siamo impegnati a garantire il principio che l’acqua non è una merce ma è un diritto universale, un bene di tutti e di tutte. Dunque difendiamo il carattere pubblico di questa decisiva azienda.

E dunque rifiutiamo la dissipazione liberista della trama dei “beni comuni” e la deriva dello “stato sociale minimo”: e crediamo che l’applicazione della 328 e l’attuazione del Piano Sociale possono essere l’avvio di un programma condiviso di servizi alla persona, un programma agito e non subito dagli attori istituzionali, dal terzo settore e dal mondo no-profit. Intendiamo promuovere la centralità della persona come nuovo patto di cittadinanza, chiedendo ai privati di svolgere compiti sussidiari e integrativi ma senza abdicazioni da parte dell’intervento pubblico. Ma qui ci precipita addosso il tema più spinoso di questa campagna elettorale.

Com’è tristemente noto, il punto più controverso del bilancio politico del governo regionale uscente è la questione sanitaria. Il riordino ospedaliero è stato pensato male e realizzato peggio: l’utenza pugliese vive con smarrimento e angoscia il nuovo disordine ospedaliero, figlio della presunzione tecnocratica e del cinismo degli apparati di potere. Paghiamo il prezzo delle filosofie bizzarre di una offerta sanitaria spezzata in “poli medici” e “poli chirurgici”, segnata dalla chiusura di reparti anche di eccellenza che erano l’anima di grandi ospedali, misurata su una riduzione senza criterio di posti letto che non rappresenta un risparmio ma un costo aggiuntivo per le famiglie impegnate in continue trasferte sanitarie. Si è chiuso senza contemporaneamente aprire: cioè senza attivare quei servizi strategici della sanità territoriale e dell’assistenza domiciliare integrata, mentre nell’area socio-sanitaria non è partito nulla e ad oggi non esistono servizi strutturati. Si è chiuso nel nome del risanamento del bilancio, con una operazione di trasferimento del peso del buco finanziario dalla Regione alle famiglie. Si è chiuso sotto il segno dell’improvvisazione e di quel centralismo autoritario che ha ferito le nostre comunità e che ha determinato, per reazione, l’apertura di una lunga e aspra vertenza popolare. Ed oggi si tende a chiudere con la censura la partita della verità – quella di un disservizio che è sotto gli occhi di tutti, di cittadini che chiedono l’intervento dei carabinieri per ottenere un ricovero, di cittadini impegnati in assurde corse alla ricerca di un posto letto, di ambulanze che possono arrivare con ore di ritardo oppure prive di un medico. Sono le storie di ordinaria malasanità che si cerca di nascondere sotto la cortina fumogena della propaganda e della sottile intimidazione.

Il nostro compito sarà quello di restituire serenità e certezza della cura agli ammalati, ridisegnando un sistema la cui razionalità non può essere meramente ragionieristica. Noi vogliamo ripartire da un nuovo Piano Sanitario Regionale che deve porsi l’obiettivo strategico di strutturare e irrobustire la prevenzione, che deve avviare un effettivo processo di territorializzazione dell’intero sistema (con i distretti socio-sanitari, i poliambulatori, la medicina di base, i presidi ospedalieri), che deve rimodulare la rete ospedaliera. Riscrivere il Piano di riordino ospedaliero non significa inaugurare la stagione delle ritorsioni, noi non abbiamo la mentalità dei nostri avversari. Significa, più semplicemente, assumere scelte che riducano le liste d’attesa; che incrementino sul territorio i centri di senologia; che rafforzino il 118; che diano impulso al piano di emodialisi; che attivino i servizi riabilitativi a cominciare dal settore del disagio mentale; che attivino la rete delle Residenze sanitarie assistite.

Ho fatto degli esempi. Si tratta di difendere la sanità pubblica, oggi sfiancata e umiliata. Si tratta di prevedere un rapporto limpido con il privato. Si tratta di rimettere al centro le persone che soffrono, gli ammalati, che troppo spesso non sono gli attori protagonisti ma delle fastidiose e mute comparse sulla scena della nostra sanità.

Il diritto alla salute si intreccia sempre più con il diritto all’ambiente. In Puglia sono diritti vaghi e fragili. Il campionario delle inadempienze è davvero spettacolare. Da noi mancano tutti gli strumenti attuativi delle norme di protezione dell’aria e dell’acqua, manca una politica delle coste e della pianificazione territoriale. Da noi manca un Piano energetico regionale e c’è chi si avventura a prevedere un nucleare pugliese. Da noi aumenta, nell’indifferenza totale e nella totale ignoranza del potere regionale, l’area del rischio idro-geologico e si allarga la mappa dei siti contaminati. Nonostante la Puglia sia in stato di emergenza rifiuti da 11 anni, il bilancio dell’attività dei commissari risulta assolutamente fallimentare: la produzione rifiuti è in aumento invece che in calo; la raccolta differenziata si aggira attorno al 5% mentre per legge dovrebbe essere attorno al 35%; le attività di recupero e riciclaggio sono insignificanti; crescono le discariche e si autorizzano continuamente nuovi ampliamenti e nuovi siti; gli impianti tecnologici attivi sono pochissimi e non producono materiali di qualità; le discariche abusive sono disseminate ovunque e ovunque si sente l’artiglio dell’eco-mafia: insomma siamo diventati la pattumiera d’Italia. L’attuale Piano Regionale e i bandi di gara per la costruzione e gestione di impianti, sono stati ampiamente contestati nel metodo e nel merito: autoritarismo ed affarismo sono le coordinate di una politica senza respiro e senza rispetto per le comunità locali e neppure per il sistema d’impresa.

Noi cercheremo di capovolgere la logica delle gestioni commissariali, dando immediato avvio alla gestione del ciclo integrato dei rifiuti, in coerenza con il Decreto Ronchi, cercando di mettere in atto il principio dei “rifiuti come risorsa”, incentivando politiche di riduzione a monte della produzione di rifiuti, la raccolta differenziata domiciliare, costruendo insieme alle comunità locali i passaggi utili a coniugare salubrità ambientale e nuove possibilità occupazionali.

Noi cercheremo di sperimentare percorsi di tutela e valorizzazione ambientale che guardino alla Puglia come ad una complessa e singolare rete di eco-sistemi, con le sue coste da proteggere, con i suoi parchi stressati da chi li buca e li sfregia, con il suo suolo troppo spesso avvelenato. Metteremo al centro dei nostri sforzi la cultura della non dissipazione di beni irripetibili, la cultura del consumo intelligente di acqua o di energia, la cultura di quella mobilità sostenibile che si realizza non solo con un piano di piste ciclabili ma anche con un sistema di “vie verdi”. Mobilità, una parola che in Puglia suona assai strana: qui c’è una sorta di immobilità coatta. Il sistema dei trasporti è un buco nero nella nostra possibilità di immaginare il nostro futuro. Anche qui la Regione presenta un bilancio fallimentare che cerca di nascondere con l’inaugurazione elettorale del nuovo aeroporto di Palese. Il Piano regionale dei trasporti non punta su nessuna scelta di qualificazione del sistema trasportistico secondo una logica di intermodalità e di integrazione delle differenti strutture, ma si limita semplicemente a fotografare l’esistente. Noi vorremmo mettere a tema la valorizzazione dell’intere rete ferroviaria presente in Puglia, immaginando le forme di un suo governo affidato ad una unica cabina di regia e operando per un significativo spostamento del traffico merci dalla gomma al binario. Soprattutto noi vorremmo poter immaginare i nostri porti e aeroporti non come collettori di domande di mobilità territoriale, ma come articolazioni di sistemi integrati. Si pensi al porto che a Manfredonia fu solo infrastruttura dell’industria chimica o a quello di Brindisi che fu ed è infrastruttura del carbone. Assisteremo alla piccola competitività sugli scali turistici tra le nostre aziende portuali, dentro una parabola di inevitabile depressione economica? Oppure saremo capaci di immaginare altro? Per esempio un unico sistema portuale regionale, capace di sottrarre al degrado strutturale ogni suo segmento, perché capace e di immaginare la Puglia come un grande porto dell’Europa dentro questo nostro Mediterraneo che torna ad attrarre flussi mercantili e culturali, che torna cuore pulsante degli scambi planetari?

Anche l’ambiente urbano patisce per le convulsioni di una politica che ha abdicato ai doveri di una pianificazione razionale e democratica e che ha strozzato pure il mercato con il cappio di una visione tutta procedurale e burocratica del governo del territorio. Noi siamo ancora sprovvisti di un quadro di riferimento pianificatorio sovracomunale, che sia fondato non sull’idea ossessiva del vincolo quanto sul dinamismo del progetto e delle visioni future. L’urbanistica da noi non è l’arte dolce di ragionare sugli assetti strutturali e fisici della convivenza, sull’architettura degli spazi, sull’abitare comunitario, sul destino sociale, civile e produttivo di un territorio. L’urbanistica qui è la lotteria delle autorizzazioni, dei tempi sovrapposti o dilatati, dell’ingorgo burocratico. Il centralismo ipertrofico e l’impazzimento procedurale della Regione ha sospinto i Comuni verso pratiche di fuga dalla cultura delle regole, a cominciare dalla diffusione dello strumento della variante al piano. Per questo oggi per noi lo snellimento, l’efficacia e la trasparenza della procedura di verifica della conformità dei piani rappresenta un obiettivo prioritario. Sburocratizzare l’urbanistica e riafferrare il bandolo della intricata matassa di una co-pianificazione territoriale che veda protagonisti attori molteplici: istituzionali e professionali ma anche la cittadinanza attiva. E porre il problema strategico della riqualificazione e del recupero urbano, del riuso e della manutenzione del patrimonio edilizio pubblico, di una riconversione dell’offerta abitativa capace di intercettare le novità di una domanda radicalmente mutata a partire dal decremento demografico, dal restringimento del nucleo famigliare tipo, dal fenomeno crescente dei single. Questi sono i nostri obiettivi. Anche affrontando di petto il tema spinoso di un diritto alla casa che per molti non è affatto disponibile. Occorre intervenire per via legislativa a favore di una nuova politica della casa e per l’edilizia residenziale pubblica; a favore di una riforma degli Istituti autonomi delle case popolari che parta dalla qualificazione del patrimonio immobiliare esistente e dalla sua gestione il più possibile professionalizzata; a favore di politiche attive di sostegno alle fasce più disagiate per garantire l’effettività del diritto alla casa.

Ecco dunque che, poco a poco, la Puglia piatta e a-problematica della pubblicità elettorale della destra, lascia il posto alla Puglia mobile e sofferente della realtà. La sofferenza è strutturale e riguarda oggi l’insieme del sistema economico, i suoi capitali di investimento e di fiducia, la sua visione del futuro. E’ crisi drammatica nel comparto cruciale dell’agro-alimentare, è crisi nei ricchi segmenti industriali del Tac e del salotto, è crisi nella piccola e media impresa artigiana e commerciale. Insomma, è la crisi di un sistema, è l’implosione delle nostre ambizioni competitive causata dal trauma di una globalizzazione senza regole e senza reti di protezione per nessuno. Possiamo discettare di ciascuno dei nostri segmenti produttivi, cercare in qualche farmacopea d’emergenza la cura alla malattia. Ma sembra un male oscuro che produce anche moti di regressione, la paura e la fuga dalle proprie responsabilità. Vale la pena fare un ragionamento d’assieme. Nel villaggio globale noi perdiamo se gareggiamo al ribasso, se ci poniamo obiettivi di convenienza dei nostri prodotti incardinandoli nell’abbassamento della soglia di reddito e di tutela sociale del nostro lavoratore: anzi, così, con le facili ricette liberiste, noi abbiamo già perso. E perdendo coviamo un sordo rancore. C’è una destra che sollecita nei nostri imprenditori lo spirito di rivalsa e di chiusura contro l’Oriente. Dalla disfida di Barletta alla guerra con la Cina: si anima il teatro degli spettri del ripiegamento vendicativo, si sognano nuovi dazi e nuove dogane e si galleggia nella melma di una nostalgia di autarchie e protezionismi. Avevano fatto i cantori dannunziani della globalizzazione, ora fuggono a gambe levate dinanzi ai dilemmi che occorre affrontare con lucidità e coraggio: perché è questo il banco di prova fondamentale di una classe dirigente. La paura non è una missione ma un abdicare. Noi dobbiamo indicare le vie del futuro aiutando il sistema d’impresa, non con la logica degli incentivi a pioggia e dei sussidi talora clientelari, ma organizzando un sistema moderno e coeso le cui coordinate fondamentali siano la formazione e l’innovazione. Qui c’è la chiave di un futuro buono. La chiave apre una porta. La porta è fatta col legno di una moderna rete infrastrutturale. La maniglia di quella porta è una nuova politica del credito. Così io vedo il ruolo della mano pubblica dinanzi alla crisi economica che ci stringe in un angolo.

La nostra è una regione senza più credito, lo dico in tutti i sensi. Qui, come in tutto il sud, la percentuale di raccolta e di deposito di denaro presso le Banche, è la più alta del Paese. Il livello di investimento è, al contrario, il più basso in assoluto. Questo dimostra in modo evidente, al contrario di ciò che afferma una parte del governo nazionale, che in ultima istanza è il sud che finanzia gli investimenti delle imprese del nord. Una delle cause di questa realtà ingiusta e bizzarra risiede nel fatto che ormai anche gli sportelli “locali” che tanta storia hanno avuto nello sviluppo delle nostre terre, non hanno più alcuna autonomia e sono stati acquistati da grandi gruppi nazionali che, ovviamente, hanno trasferito altrove i poteri direzionali e decisionali. Così nasce lo scandalo di un costo del denaro elevatissimo e spesso inaccessibile per i singoli cittadini e per le imprese piccole e piccolissime, specie quelle artigianali. Non si può immaginare che la mano pubblica resti inerte dinanzi a questa condizione, come purtroppo ha fatto negli ultimi anni la nostra Regione. Noi pensiamo che ci possa e ci debba essere un ruolo del pubblico. Noi proponiamo che la Regione attui una politica creditizia che la renda garante, presso il sistema bancario, di soggetti determinati che ricorrono al credito per esigenze definite. La Regione Puglia, cioè, dovrà garantire l’accesso al credito a tasso ridotto fino al tasso zero, per determinati soggetti individuali o titolari di determinato reddito che si trovino costretti a ricorrere al credito in virtù di esigenze primarie e definite, dalla prima casa alla salute, in modo che tale ricorso non si trasformi in ulteriore e insopportabile elemento di sofferenza e di frustrazione. Identico ruolo di supporto la Regione Puglia dovrà avere nei confronti delle imprese piccole e medie, artigiane e non, dell’intero territorio pugliese. Essa, cioè, dovrà garantire tassi agevolati fino al tasso zero per tutte quelle imprese regionali e meridionali, entro determinate dimensioni, che singolarmente o consociandosi tra loro investano in ricerca e innovazione, impiantimo nuovi insediamenti, si pongano il problema dello sviluppo in loco delle aree più svantaggiate del Mediterraneo entrando in una logica di sistema di imprese regionali, meridionali e mediterranee, di cui la Puglia può e deve essere un avamposto politico, culturale ed economico. Qui c’è un terreno da arare, il terreno del coraggio politico e culturale. I terreni veri e propri purtroppo rischiano la desertificazione e i nostri produttori coltivano prevalentemente rancore.

Diciamo la verità, siamo dinanzi all’agonia di quella nostra agricoltura che avremmo dovuto tramutare in agri-cultura. I problemi bruciano le nostri viti, seccano i nostri ulivi, gelano i nostri germogli. Problemi a non finire. I prezzi alla produzione sono bassissimi, a fronte di prezzi al consumo che sono ormai proibitivi. Le speculazioni nella filiera hanno fatto crollare i prezzi all’origine dei prodotti agricoli: - 40% l’uva da tavola; - 30% il grano duro; - 30% il vino; - 25 % l’olio d’oliva. L’agricoltura è letteralmente strangolata dalla bassa redditività e dall’aumento dei costi energetici e contributivi (gasolio agricolo, contributi Inps, energia, concimi e fitofarmaci). I redditi agricoli sono calati vorticosamente, malgrado le buone rese produttive registrate in quasi tutti i comparti. A fronte di uno straordinario e generalizzato recupero del potenziale produttivo nel corso dello scorso anno, non vi è stato alcun recupero del valore della produzione proprio perché ha pesato come un macigno il crollo dei prezzi all’origine. Il sistema del credito ha abbandonato le aziende agricole e la Regione autorizza 17 nuovi ipermercati senza alcuna contropartita per la produzione locale. In verità la Puglia non ha uno straccio di politica agraria all’altezza della sfida. Qui tutto è lento, arbitrario, opaco. Presso l’assessorato all’agricoltura della Regione sono bloccate migliaia di domande di finanziamenti comunitari dei POR per investimenti: domande presentate da due anni, ma ferme, risucchiate nella palude centralistica di un assessorato che non si accorge del dramma, drena direttamente le risorse comunitarie e le gestisce fuori da qualunque tavolo trasparente di concertazione con le organizzazioni professionali e con gli imprenditori. Ovviamente non c’è cervello politico che organizzi la politica della qualità scandita dalle certificazioni, dai marchi, che sappia operare per promuovere i consorzi per la commercializzazione. Non c’è ombra di pensiero, nella destra governante, che si concentri su come superare la debolezza strutturale di una filiera agro-alimentare che non è una filiera, che è una nebulosa di aziende lillipuziane che schiantano sotto il tallone del Gulliver della globalizzazione. Non c’è il cimento decisivo, secondo noi indispensabile e urgente, di una economia delle campagne che sappia culturalmente organizzarsi come “sistema agricolo mediterraneo”, capace di puntare sulla qualità dei cicli produttivi e dei prodotti e capace di rispondere a quelle “eco-condizioni” che renderanno possibili i futuri finanziamenti comunitari. Ecco dunque che il comparto rimanda al sistema, che la tessera – per citare la splendida metafora di Giafranco Viesti – rimanda al mosaico. Per esempio, un apparato industriale in grado di collocarsi a livelli alti di competitività necessita di politiche regionali che vadano al di là della mera “regolazione” dei mercati e puntino decisamente a sostenere azioni di politica industriale. L’industria soffoca dinanzi al dirigismo tecnocratico o al vuoto di interlocuzione progettuale. Bisogna subito spezzare il silenzio arrogante che ha reso la Regione un luogo lontano dalla Puglia vitale della borghesia d’impresa e del mondo del lavoro. Occorre fare presto e bene. Occorre intraprendere un’azione coordinata e integrata pubblico-privato in grado di definire una via d’uscita dalla crisi del Tac, del mobile imbottito, della componentistica, settori che costituiscono comunque una quota importante del nostro sistema d’esportazione. La delocalizzazione selvaggia ci impoverisce drasticamente e non risolve spesso neppure il problema dell’imprenditore, costretto a misurarsi con uno strumento che sposta e non elimina i problemi (basti pensare che nella sola Romania ci sono già oggi oltre undicimila aziende italiane che operano). Dobbiamo trattenere qui le aziende e il loro cervello produttivo, magari governando assieme alle parti sociali una delocalizzazione mirata e temporanea di pezzi di produzione, costruendo nell’area balcanica un indotto di qualità che serva a ri-ossigenare il sistema. Possiamo sperimentare soluzioni innovative, purché concertate e purché non comportino alcuna penalizzazione dei nostri già troppo strozzati livelli occupazionali. Ma il recupero di competitività e di quote di export in Puglia si può realizzare solo se aumenta lo stimolo ad innovare. Ma noi siamo agli ultimi posti, tra le regioni della vecchia Europa comunitaria, in termini di investimenti sull’innovazione. Anche qui va capovolta una politica. Vanno subito varati quei distretti industriali che debbono essere caratterizzati da elasticità territoriale e produttiva e da una fortissima connotazione tecnologica. Quei distretti possono consentirci il salto di qualità, riorganizzando e diversificando la filiera produttiva, spingendo all’aggregazione e all’integrazione tra imprese. La Regione può spendersi, con determinazione e lungimiranza, sia sulle politiche dell’innovazione sia nella diretta promozione di quelle indagini di mercato utili a ristrutturare e modernizzare questo sistema d’impresa micro-dimensionale. Si può finalmente cominciare a comporre un’idea globale di sviluppo, la cui filigrana è il nodo indissolubile tra saperi, produzione e lavoro.

Ma qui inciampiamo nell’altro insondabile buco nero della Regione Puglia. La Formazione professionale, il sistema senza sistema di gestione amministrativa del nulla pneumatico, fondato unicamente sul criterio della elargizione a cascata dei cospicui fondi comunitari verso la platea folta dei soggetti accreditati, sistema mirato a riprodurre circuiti di conservazione delle reti clientelari e del consenso politico. Qui, lo dico sottovoce, occorre operare una vera rivoluzione, affinché la formazione professionale possa diventare la risorsa elettiva della nuova visione dello sviluppo. Una formazione, dunque, fondata sulla “programmazione condivisa”, tra enti locali e parti sociali, di “piani formativi integrati”: piani legati ai bisogni concreti delle persone e dei territori. I bisogni del territorio devono essere la centralità, contrariamente a quanto avviene ora. Che formazione per questo tipo di territorio? A questa domanda, che ci libera dall’ingombro della discrezionalità o dell’assoluta occasionalità, può rispondere un “sistema di rilevazione dei fabbisogni di competenze” gestito a livello provinciale e distrettuale. Naturalmente la formazione professionale va integrata con gli altri sistemi formativi, pur senza sovrapposizione di ruoli e mandati, e va liberata da accreditamenti che nascano solo come terminali clientelari. Non dirò nulla che abbia riferimento a vicende giudiziarie perché ciascuno può fare le proprie valutazioni. Appare solare l’urgenza di una bonifica della formazione professionale e di un suo rilancio qualitativo nella “mission” di una Puglia migliore.

Ecco, una Puglia capace di riflettere sulla propria storia, di auto-narrarsi, di ricollocare la propria immagine pulita a cavallo tra sedimento locale e spinta globale, capace di farsi laboratorio complesso e partecipato dei saperi e delle culture. Ahimé, la cultura, non una sfilata di modelle o un premio con annessa serata di gala o una degustazione di sapori locali. Bensì un percorso di valorizzazione concreta della specificità storico-culturale della Puglia, l’organizzazione di cantieri giovanili delle produzioni creative e delle comunicazioni multimediali, la costruzione di una politica dei beni culturali. Provo a mettere in fila, anche disorganicamente, alcune proposte che veicolano l’idea-forza di una Puglia delle culture. Lavorare per la fondazione di un Istituto regionale per i Beni culturali, per una Scuola regionale di formazione per i beni culturali, un Laboratorio regionale di restauro, un Laboratorio di nuove tecnologie applicate, un Centro per la conservazione e la tutela dei beni culturali nel Mediterraneo, un Centro regionale per la creatività giovanile, l’istituzione di un Sistema museale regionale e di un Sistema regionale di parchi ambientali naturalistici e archeologici, attività di sostegno all’editoria pugliese e riordino della pubblicistica turistica regionale. Sono idee in un territorio in cui le idee sono state abolite. Facciamole vivere non nel recinto di un assessorato, ma come un cantiere sociale abitato dai nostri ragazzi, da una generazione anche di talenti che rischia di vedere frustrati i propri progetti di vita e mortificate le proprie energie, una nuova generazione di intelligenze che vive nel cono d’ombra della precarietà e della paura, assediata dal vuoto di lavoro e da un lavoro che è vuoto di senso e di dignità. La cultura non è solo un aquilone a cui un giovane (ma anche un anziano) appende i propri sogni, ma è anche l’investimento più intelligente, quello la cui redditività si misura sui tempi medi di un disegno di sviluppo. Ma qui purtroppo facciamo persino i conti con la lesione del diritto allo studio che si misura in termini di mortalità scolastica, di borse di studio vinte ma senza possibile riscossione, di mense e pensionati studenteschi che non ci sono, di assenza totale di qualunque politica di accesso al diritto alla cultura, alla mobilità, alla vita in senso pieno per una intera generazione. Possiamo prevedere un pacchetto di diritti che costituisca un nostro preciso investimento sui giovani e sul sapere? E si può pensare in grande o è vietato? Possiamo, ad esempio, mutare il crocevia che noi stessi siamo in un “sistema” di eventi e di fabbriche delle idee, una rete al centro del Mediterraneo che riannodi Europa e Africa, che ci ricongiunga al mondo arabo, che metta in circolazione lavori buoni innervati nella crescita dei servizi, della logistica, delle produzioni immateriali, nelle nuove autoproduzioni artistiche, delle reti comunicative?

Ma come si può far vivere la Puglia privandola del suo antico gusto di sfidare il mare e di correre incontro al mondo? Qui è buio fitto, i nostri ragazzi tornano a fare gli emigranti, neppure i migranti extracomunitari (per usare questa espressione grottesca) hanno molta voglia di trattenersi nella nostra regione, e i turisti arrivano solo nelle statistiche false di chi conta quelli che scendono ad un transito pugliese ma non dormono neppure una notte: ma mettiamo che vadano bene le statistiche che si confezionano nelle stanze “famigliari” del COTUP (Consorzio degli operatori turistici pugliesi), non appare impudico presentare quell’incremento turistico dell’1% come un trionfo a fronte del +59% degli inglesi, del +22% degli irlandesi e dei portoghesi, del +18% degli austriaci e dei danesi, del +9% degli esquimesi? Eccoci qua, la Puglia orgogliosa delle sue gemme garganiche o salentine o murgiane, del suo entroterra a pastelli, della sua irripetibile civiltà rupestre, del suo mare odoroso e cangiante, questa Puglia ha agenzie di viaggio che lentamente si spengono, imprenditori turistici al collasso, guide turistiche e accompagnatori turistici, caso unico in Italia, privi di legittimi riconoscimenti professionali, assoluta mancanza di formazione manageriale, e così via. E nessuna idea per attrezzare un turismo, come ad esempio quello congressuale, non mirato solo sulla stagione balneare. Questa è la Puglia reale, umiliata nelle sue straordinarie potenzialità, imprigionata nelle livide liturgie di una modesta nomenclatura del potere.

Tocca a noi, amici e amiche, tocca alla Puglia migliore, rialzarsi in piedi e liberarsi dalla paura, dalla frivolezza e dall’angustia culturale, dalle contorsioni di un sistema capace solo di appaltare la propria riproduzione anche a costo di mandare tutto in rovina. Tocca a noi guadagnare l’ambizione di sentirci non la periferia ottusa di un continente allargato, non la Puglia che si prepara a guerreggiare con i nuovi entrati nell’Unione europea per spartirsi i fondi, non la Regione che si affida alle provvidenze quasi estinte dell’obiettivo 1 e spera di rimettersi a cavallo di qualche giostrina assistenziale. L’ambizione è un’altra: quella di proporsi vettore della cooperazione transadriatica, secondo quei nuovi obiettivi europei, incardinati nel futuro dei fondi strutturali 2007/2013 che puntano sulla “cooperazione territoriale allargata”. Di più. La Puglia deve immaginare se stessa come lo snodo vitale dell’Europa nel Mediterraneo, dovrebbe su questo attrezzare una politica, una serie di agenzie specializzate, credo di poter proporre l’istituzione nella futura giunta pugliese di un Assessorato al Mediterraneo. Occorre allargare lo sguardo, gli orizzonti, non avere paura del mondo che cambia: ma affrontarlo alla maniera dei pugliesi del mare nelle storie che ci vengono tramandate, di chi si tuffa, nuota, naviga, oltrepassa le colonne d’Ercole dei propri pregiudizi e del proprio provincialismo. Serve un forte “spirito di servizio”, se mi è permesso rubare ad Aldo Moro un concetto che incardinò nella sua vita e nella sua morte. Occorre “osare la modernità” come ci stimola a fare il meglio della cultura riformista. Occorre coltivare “pensieri lunghi”, come diceva Enrico Berlinguer. Occorre sentire la responsabilità di essere una parte vitale di un mondo complicato e di un tempo anche carico di incognite, un mondo e un tempo che tornano a sentire il tuono della violenza e a vedere il lampo dell’orrore prodotti scientificamente dal partito della guerra infinita e dal partito del terrore. Anche qui noi possiamo e dobbiamo svolgere un ruolo: di rifiuto della passività, di resistenza civile ai codici di morte, di disseminazione di parole e gesti di dialogo. Dobbiamo rifiutare il destino di una Puglia militarizzata e solcata nei propri mari o nei propri cieli da strumenti atomici di sterminio di massa. Fummo chiamati ad inverare un “sogno diurno”, uno di quei sogni che a sognarli insieme e ad occhi aperti si possono realizzare. E’ il sogno di una Puglia “arca di pace”. L’arca è una metafora bellissima, perchè chiede ad ogni creatura del vivente di venire con noi in un viaggio di salvezza, chiede a noi di amare tutti e di tutelare la natura, di proteggere il bene della biodiversità e di non abbandonare per strada neppure un cagnolino. Chiede a noi di fermarci a raccogliere l’umanità che è inciampata, di non dimenticare mai nei nostri progetti di ricchezza il volto degli ultimi, di pensare che potremo edificare bene anche scegliendo le pietre di scarto che ci furono indicate come pietre angolari. Diciamo alla Puglia di non fare questa campagna elettorale come uno scontro tra due “principi”, come in una giostra medievale. Io non sono un principe e l’unica aristocrazia che mi intriga è quella dei cuori. Diciamo alla Puglia di riprendersi il diritto di decidere, di partecipare, di parlare, di raccontare le proprie speranze ed anche le proprie disperazioni, di rimettere in piedi la comunità allargata, quella che organizza democrazia e nuovi saperi collettivi. Diciamo alla Puglia che si può, si può, si può cambiare, che non è vietato neppure sognare, che vale la pena coltivare progetti ricchi di umanità. Diciamo alla Puglia di vincere la sua sfida più bella: quella che mette insieme libertà e solidarietà e ci fa essere individui dotati di diritti in una comunità che sa accoglierci. Diciamo alla Puglia di riprendere il mano il bandolo ingarbugliato del Sud, del nostro Sud, e di ritessere la tela bella dei giorni che verranno.

 

 

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